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Dire No senza sensi di colpa: cosa ci insegnano i bambini (e cosa ci dimentichiamo da adulti)

Era una di quelle chiacchierate leggere che finiscono per aprirti una galassia intera. Francesca, amica brillante e mamma di un bimbo di due anni, mi raccontava le sue giornate scandite da mille “no”.
“No, amore, non si mangia la sabbia.”
“No, non si lancia il telecomando nel vaso.”
“No, adesso si dorme!”

Ridevamo, e poi a un certo punto, con quella stanchezza dolce che solo una mamma può avere negli occhi, mi ha detto:
“Ma quando finisce questa fase? E come si fa a educare davvero, senza spegnere quel no?”

Non si aspettava la mia risposta.
E in effetti, nemmeno io.

Perché mentre parlavamo, ho sentito nascere dentro una riflessione che questa sera voglio condividere con voi su Rete Radio Azzurra, proprio qui, camminando con voi. E non sarò solo. Con me ci sarà Alket, amico, professionista, e guida concreta nel mondo del coaching. Ci racconterà dei suoi ultimi preparativi per il corso di domenica 8 ad Asola, dove si parlerà proprio di identità, confini e relazioni autentiche.

Ma torniamo al nostro piccolo protagonista e ai suoi “no”. Quelli urlati, secchi, istintivi. Quelli che a volte ci fanno perdere la pazienza, ma che — se ci fermiamo a osservarli — sono il primo atto d’identità di un essere umano.

Quel “no” che ci manda in crisi da genitori… è lo stesso “no” che da adulti non sappiamo più dire.
Per paura di deludere. Per abitudine. Per educazione. Per quieto vivere.
E così, mentre insegniamo ai nostri figli a contenere i loro no, ci dimentichiamo quanto avremmo bisogno di rieducarci ai nostri.

Ho raccontato a Francesca di quanto spesso, nei miei incontri, sento persone adulte che mi dicono:

“Non riesco a dire di no a mia madre…”
“Ho detto sì al lavoro, ma dentro stavo gridando no…”
“Mi sono ritrovato in situazioni che non volevo, solo perché non sapevo dire di no.”

E allora forse il punto non è “quando finisce la fase del no”, ma quando abbiamo smesso di viverla noi.

Educare non è spegnere un “no”, ma insegnargli la musica.
Far capire che un “no” detto con rispetto può essere un atto d’amore.
Che i confini sono ponti, non muri.
Che dire “no” non rompe: chiarisce.

E tu? Che rapporto hai con il “no”?
Ti senti ancora libero di usarlo… o l’hai dimenticato da qualche parte tra i doveri e le aspettative?

Loris Bonomi

Riflessione Psicologica

Secondo la psicologia dello sviluppo, il “no” intorno ai due anni è il primo passo nella costruzione dell’identità. Il bambino inizia a percepirsi come individuo separato dalla madre e dal mondo. Crescendo, impariamo che dire “no” può avere conseguenze spiacevoli (rifiuto, punizione, giudizio) e iniziamo a evitarlo. Ma reprimere questa capacità porta, in età adulta, a difficoltà relazionali, burn-out, ansia e frustrazione. La psicologia cognitiva e il coaching relazionale suggeriscono invece di riappropriarsi del diritto di dire no come gesto sano, assertivo, e fondamentale per l’autostima.

Dottoressa Iani : www.camminandoconuncoach.it

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