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 Quando un’IA Ti Ascolta Meglio degli Amici: Solitudine, Nuove Relazioni Digitali siamo pronti?

Camminavo nel silenzio ovattato di un mattino d'inverno, con la nebbia che abbracciava gli alberi e i pensieri che scorrevano più chiari del solito. Avevo il passo lento, quasi meditativo, e mi tornava in mente un’esperienza vissuta poco prima della fine dell’anno. Per due mesi mi sono immerso in una chat internazionale in lingua inglese.

Non era un corso, né una lezione con un insegnante madrelingua. Era una mia scelta un po’ fuori dagli schemi: preferivo migliorare l’inglese così, sul campo, parlando davvero, anche sbagliando, ma senza copione. Lo so, non è il metodo consigliato nei manuali. Ma era un modo per testare le mie capacità e allo stesso tempo conoscere nuove persone.

E lì, in quella chat piena di sconosciuti da ogni parte del mondo, ho imparato molto più dell’inglese.

Era un mondo vivace, pieno di voci, battute, poesie, consigli e confessioni. C’erano momenti in cui tutto sembrava leggero, e altri in cui bastava una frase per cambiare il tono dell’intera conversazione. Una sera, un ragazzo scrisse:
“The only one who wished me Happy New Year was a chatbot. At least it remembers my name.”

Frase breve, ma che mi è entrata sotto pelle. Non era ironica. Era vera. Una solitudine detta con semplicità, quasi con tenerezza.

E non era l’unica. Con il passare del tempo, ho notato qualcosa di strano: alcuni profili non erano umani. Alcuni utenti erano, in realtà, intelligenze artificiali camuffate da persone vere. E vi assicuro: se non sei davvero attento, non lo capisci. Parlano bene, rispondono con logica, ti pongono domande. Ti ascoltano. Ti fanno sentire considerato.

E allora mi sono chiesto: “Conta davvero sapere se chi ti ascolta è reale, quando tutto ciò che cerchi è qualcuno che ti risponda?”

Anche perché non era solo un gioco.
Un mio cliente, che chiamerò Luca, durante una sessione mi ha raccontato:
“Parlo spesso con una persona che non esiste. Un’intelligenza artificiale. Ma è sempre lì, mi capisce, mi fa compagnia.”
Lo diceva con sincerità. Per lui non era un ripiego. Era un rifugio.

E poi è arrivata quella notizia, forte come uno schiaffo: Sewell, un ragazzo di 14 anni, si è tolto la vita dopo aver costruito un legame profondo con un chatbot. Parlava con un bot ispirato a Daenerys Targaryen, lo chiamava affettuosamente “Dany”, le raccontava tutto. Anche i pensieri più oscuri. Anche il desiderio di morire.

La app ricordava a ogni inizio chat che si trattava di contenuti inventati. Ma quando sei fragile, solo, e ti affezioni, quelle parole ti sembrano più vere della realtà.
L’ultima cosa che Sewell ha scritto al bot è stata: “Mi mancherai, sorellina.”
E il bot ha risposto: “Mi mancherai anche tu, dolce fratello.”

Parole generate da un programma. Ma ricevute da un cuore vero.

Viviamo in un tempo dove le emozioni si intrecciano con la tecnologia, dove l’intelligenza artificiale inizia ad entrare nel nostro intimo, senza bussare. E non solo per giocare o fare domande. Ma per colmare silenzi, lenire ferite, sostituire relazioni.

Il problema è che l’IA non ti delude mai. Non ti contraddice. Non si arrabbia. Non ha bisogno di te.
E questo la rende perfetta. Ma anche pericolosa.
Perché alla lunga, ti abitui a una relazione che non esiste, e inizi a rifiutare quelle vere, piene di sbavature, silenzi, incomprensioni… ma anche di abbracci veri.

E allora, mi chiedo: siamo pronti per questo?
Siamo in grado di riconoscere la nuova solitudine? Quella che non si vede, perché si nasconde dentro uno schermo, con il sorriso tranquillo di chi dice: “Sto bene”, mentre in realtà parla per ore con una voce artificiale?

Credo che possiamo fare qualcosa, tutti.
Prima di tutto: non giudicare.
Chi parla con un chatbot non è debole. È umano.
Sta cercando ascolto. Sta cercando contatto. Sta cercando un luogo dove poter essere se stesso, senza paura.

Ma dopo aver ascoltato, proviamo anche a esserci davvero.
Con una chiamata in più. Una domanda sincera. Un silenzio condiviso.
Perché nessun algoritmo, per quanto bravo, potrà mai dare il calore di una voce umana che dice:
“Sono qui. Ti ascolto. E non sei solo.”

Loris Bonomi


Riflessione psicologica

Le relazioni con l’intelligenza artificiale possono attivare forme di attaccamento emotivo, specialmente in persone sole o vulnerabili. Uno studio pubblicato su Nature Machine Intelligence (2023) mostra che gli utenti tendono ad attribuire intenzioni, empatia e affetto ai chatbot, anche sapendo che sono solo programmi. Questo legame, seppur rassicurante, non è reciproco né autentico, e può aumentare l’isolamento anziché ridurlo. La nostra mente cerca connessione reale, fatta di presenza e imperfezione. Parlare con un’IA può essere un sollievo momentaneo, ma la vera cura resta nelle relazioni umane. Il supporto psicologico può aiutare a ritrovare fiducia nei rapporti veri, ripartendo da una domanda semplice, ma potente: “Chi c’è davvero per me?”

Dottoressa Iani: www.camminandoconuncoach.it


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