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Se Ti Fa Male, Non È la Tua Scarpa: Storie di Relazioni che Stringono e Scelte che Liberano

C’era vento quel giorno. Di quelli leggeri, che ti spettinano un po’ ma ti fanno anche respirare meglio. Il cielo era velato di nuvole leggere, e il sentiero davanti a noi sembrava una promessa di calma. Camminavo al fianco di Elisa, che avanzava con passo incerto. Portava scarpe bianche, pulite, ma si vedeva che ogni passo le dava fastidio. A un certo punto si è fermata, ha abbassato lo sguardo e ha detto: “Mi fanno male, ma sono troppo belle per non metterle”.

Sembrava parlare delle scarpe, ma in realtà stava raccontando la sua storia con Marco.

Una relazione cominciata come un sogno. All’inizio Marco la faceva ridere, le mandava messaggi dolci, la faceva sentire importante. Ma col tempo, quella dolcezza si era trasformata in giudizio. “Sei troppo emotiva.” “Così non cresci mai.” “Con me migliorerai.” Elisa aveva cominciato a sentirsi piccola, sbagliata, fuori misura. E per amore, si era messa a cambiare: parlava di meno, si mostrava più forte di quanto fosse, cercava sempre di sembrare all’altezza. Ogni volta che qualcosa non andava, non si chiedeva se fosse la relazione a scricchiolare. Si chiedeva cosa dovesse correggere in sé per non farla crollare.

Come se l’amore fosse un esame da superare, una forma da riempire a forza.

Eppure, dentro di sé, qualcosa urlava. Una stanchezza sottile, che non veniva dal corpo ma dall’anima. La sensazione di recitare sempre. Di non essere più davvero lei. “Quando sto con lui, non mi riconosco” mi ha detto, con gli occhi lucidi. E lì ho capito. Non era solo la relazione a farle male. Era l’idea che per essere amata dovesse diventare qualcun altro.

Non è una storia rara. È più comune di quanto pensiamo. Certe relazioni sono come scarpe bellissime che però ci fanno male ai piedi. Ma siccome sono costate tanto, o sono rare, o “sembrano giuste” agli occhi degli altri, continuiamo a indossarle.

A volte siamo noi a infilarci in una relazione che ci stringe. Altre volte siamo noi a voler cambiare l’altro. A correggerlo, a trasformarlo, a plasmarlo secondo la nostra idea di amore perfetto. Lo facciamo a fin di bene, diciamo. Ma spesso, quello che vogliamo non è una persona. È un riflesso. Un progetto. Una sicurezza.

Quando si entra in una dinamica così, si perde il contatto con la libertà. Nessuno è più se stesso. Uno si comprime. L’altro comanda. O viceversa. Ed entrambi finiscono per sentirsi soli, anche se stanno vicini.

“Ma se lascio, butto via tutto quello che ho dato”, mi ha detto Elisa.
Quella frase, in psicologia, ha un nome: effetto sunk cost. È quando continuiamo a restare in qualcosa che non funziona solo perché ci abbiamo già investito troppo.
Ma se ci pensi… continuare a camminare con una scarpa che ti fa male, solo perché è costata cara, ti rovinerà i piedi. Non ti ridarà indietro i soldi.

Quel giorno, Elisa si è tolta le scarpe. Ha camminato scalza per un po’, sull’erba umida. “Mi fa paura stare senza”, ha detto.
“Lo so,” le ho risposto. “Ma almeno non ti fai più male.”

Loris Bonomi

Riflessione psicologica
Quando una persona si sente costretta a modificare continuamente il proprio comportamento per mantenere una relazione, si attiva un processo di adattamento che può compromettere l’autenticità e generare malessere psicologico. Il modello dell’autenticità relazionale (Rogers, 1961) sottolinea l’importanza di contesti in cui il sé possa esprimersi liberamente, senza paura di giudizio o rifiuto. Al contrario, in relazioni disfunzionali – spesso caratterizzate da dinamiche narcisistiche o di controllo – l’altro viene percepito come un “progetto” da cambiare, anziché una persona da accogliere. Questo può portare a una progressiva perdita di identità, insoddisfazione cronica e sintomi ansiosi o depressivi. La terapia aiuta a riconoscere questi schemi, distinguendo tra compromesso sano e rinuncia a sé, promuovendo così scelte più coerenti con i propri valori e bisogni autentici.

Dottoressa Iani : www.camminandoconuncoach.it

 

Dottoressa Iani: www.camminandoconuncoach.it

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