Cronaca,
Paura e Rabbia: perché oggi imparare a gestire le emozioni è diventato
fondamentale
Proprio
qualche giorno fa pensavo a questa cosa osservando una famiglia che vive vicino
a casa mia. Hanno un bambino piccolo, avrà forse tre anni, l’età in cui un Prendi
il bambino inizia davvero a incontrare le emozioni per la prima volta. E ogni
giorno sembra quasi un piccolo laboratorio emotivo a cielo aperto. Lo senti
ridere fortissimo quando ottiene attenzione, lo vedi arrabbiarsi quando non
riesce ad avere quello che vuole, piangere disperato per qualcosa che magari a
un adulto sembra insignificante. Ma per lui è enorme. È il suo mondo. Ed è
impressionante vedere come un bambino così piccolo inizi già a capire il potere
delle emozioni. A volte sembra quasi che si provochi da solo la rabbia per
capire fin dove può arrivare. Altre volte usa il pianto per vedere la reazione
dei genitori. Oppure osserva che il papà quando alza la voce ottiene subito
attenzione e allora prova a fare lo stesso. È come se stesse studiando continuamente
il funzionamento emotivo degli adulti. E in fondo è proprio così. I bambini
imparano molto più da quello che vedono che da quello che viene spiegato loro.
La cosa che mi colpisce però è osservare le reazioni dei genitori. Spesso
sembrano vivere quelle emozioni come qualcosa da spegnere il più velocemente
possibile. “Sei un ometto, non devi piangere.” “Stai fermo.” “Calmati subito.”
“Non fare capricci.” Frasi che probabilmente abbiamo sentito quasi tutti nella
nostra infanzia.
E allora
mi domando: quante volte le emozioni dei bambini vengono semplicemente represse
invece che comprese? Perché quel bambino non resterà piccolo per sempre. Oggi
ha tre anni e piange perché non vuole mettere le scarpe. Domani magari sarà un
adolescente che non saprà spiegare perché si sente arrabbiato, vuoto o triste.
E forse il problema nasce proprio lì, nei primi anni in cui nessuno gli ha
insegnato davvero cosa fare con ciò che sentiva dentro. Non perché i genitori
siano cattivi o non amino i figli. Anzi. Spesso fanno semplicemente quello che
hanno imparato a loro volta. Probabilmente anche loro sono cresciuti con l’idea
che le emozioni vadano controllate, nascoste o soffocate. Forse nessuno ha
insegnato neppure a loro ad ascoltarsi davvero. E quando non hai avuto un
esempio diverso, è difficile capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. È un
po’ come cercare di insegnare a nuotare senza aver mai visto il mare.
Basta guardare cosa succede oggi attorno a noi.
Persone che si insultano sotto una notizia online, rabbia immediata, giudizi
feroci, discussioni che esplodono per qualsiasi motivo. Ma spesso quella rabbia
è solo la punta dell’iceberg. Sotto ci sono paura, impotenza, frustrazione,
senso di insicurezza. È come quando una pentola bolle troppo: il vapore esce in
modo incontrollato perché dentro la pressione è diventata eccessiva. La verità
è che oggi molte persone non sono stanche solo fisicamente, sono emotivamente
sovraccariche. E allora succede qualcosa di curioso: per difenderci iniziamo ad
anestetizzarci. Scrolliamo velocemente una notizia drammatica e passiamo subito
a un video divertente, come se il cervello cercasse continuamente di spegnere
ciò che sente. Ma reprimere non significa stare bene. È un po’ come chiudere
tutte le finestre di casa quando c’è fumo: magari non lo vedi più entrare, ma
l’aria dentro resta pesante. Le emozioni sono come onde. Non puoi fermare il
mare. Nessuno può bloccare un’onda con le mani. Però puoi imparare a restare in
equilibrio mentre passa. Ed è qui che cambia tutto.
Gestire le
emozioni non significa diventare freddi, non significa non avere paura, non
significa controllare ogni cosa. Significa creare uno spazio tra ciò che senti
e il modo in cui reagisci. E forse è proprio questo che dovremmo insegnare ai
bambini fin da piccoli. Non a smettere di sentire, ma a capire cosa stanno
sentendo. Per esempio leggere una notizia che ti fa arrabbiare senza
trasformare immediatamente quella rabbia in aggressività, oppure sentire paura
senza lasciarti paralizzare completamente. A volte basta poco. Fermarsi un
minuto. Respirare lentamente. Chiedersi: “Che cosa sto provando davvero?”.
Sembra una domanda semplice, ma può cambiare il rapporto con sé stessi. Perché
magari scopri che dietro la rabbia c’è bisogno di sicurezza, dietro l’ansia c’è
bisogno di protezione, dietro la tristezza c’è qualcosa che stai cercando di
lasciare andare. Le emozioni non chiedono perfezione, chiedono ascolto. E forse
oggi, in un mondo pieno di rumore, imparare ad ascoltare ciò che proviamo è una
delle forme più profonde di forza interiore. Molti credono che essere forti
significhi non crollare mai. In realtà spesso la vera forza è riuscire a
restare presenti anche quando dentro si muove una tempesta. Perché non siamo le
nostre emozioni. Abbiamo emozioni. E possiamo imparare ad attraversarle senza
esserne travolti.
Loris Bonomi
Riflessione Psicologica:
La psicologia moderna considera le emozioni
strumenti fondamentali di adattamento. Rabbia, paura, tristezza e ansia non
sono errori del cervello, ma segnali che cercano di comunicarci bisogni, limiti
e situazioni importanti. Il problema nasce quando le reprimiamo o quando
reagiamo in modo automatico senza comprenderle. Approcci come la mindfulness,
la terapia cognitivo-comportamentale e l’educazione emotiva aiutano le persone
a creare maggiore consapevolezza tra emozione e reazione. In parole semplici: non
possiamo impedire alle onde di arrivare, ma possiamo imparare a navigarle con
più equilibrio e presenza.
