Gratitudine senza retorica: una piccola pratica per cambiare sguardo
La parola gratitudine a volte rischia di diventare una parola consumata. La sentiamo ovunque. Dobbiamo essere grati, pensare positivo, guardare il lato bello, sorridere di piu'. Eppure, se detta cosi', puo' sembrare quasi un obbligo. E quando una persona sta vivendo una fatica, sentirsi dire "devi essere grato" puo' persino dare fastidio.
Per questo oggi vorrei parlare di gratitudine senza retorica. Non come frase fatta, non come zucchero sopra i problemi, non come invito a negare quello che non va. La gratitudine, per come la intendo io, e' una pratica concreta: imparare a notare cio' che c'e', anche quando non c'e' tutto quello che vorremmo.
Ci sono giornate in cui la mente vede solo mancanze. Quello che non ho fatto, quello che non funziona, quello che mi preoccupa, quello che gli altri non hanno capito. E magari e' tutto vero. Ma non e' tutto. Accanto alle mancanze ci sono anche piccoli appoggi: una telefonata, una camminata, una parola gentile, un caffe' bevuto con calma, una persona che resta, un momento in cui abbiamo respirato meglio.
La gratitudine non cancella il problema. Questo e' importante. Se ho una difficolta', non la risolvo facendo finta che non esista. Pero' posso evitare che quella difficolta' occupi tutta la stanza. Posso accorgermi che, insieme al problema, ci sono anche risorse. E spesso e' da una risorsa piccola che ripartiamo.
Nel metodo Camminando con un Coach questo diventa molto naturale. Quando camminiamo, lo sguardo cambia. Magari all'inizio siamo presi dai pensieri, poi a un certo punto notiamo un dettaglio: una luce, un albero, il rumore dei passi, una frase che emerge. Camminare ci aiuta a non restare chiusi dentro una sola interpretazione della giornata.
Un esercizio semplice e' quello dei tre dettagli concreti. Alla sera, senza scrivere un romanzo, proviamo a chiederci: quali tre cose oggi posso riconoscere? Non devono essere grandi. Anzi, meglio se sono piccole e vere. "Ho fatto una telefonata che rimandavo". "Ho mangiato con piu' calma". "Una persona mi ha ascoltato". "Ho avuto cinque minuti per me".
La gratitudine funziona quando non e' finta. Non dobbiamo inventare motivi per stare bene. Dobbiamo allenarci a vedere cio' che normalmente passa inosservato. Perche' spesso la mente e' bravissima a registrare cio' che manca, ma molto meno allenata a registrare cio' che sostiene.
Questo vale anche nelle relazioni. A volte ci abituiamo alle presenze buone. Le diamo per scontate. Ci accorgiamo subito di una mancanza, molto meno di una cura quotidiana. Dire grazie, allora, non e' educazione automatica. E' riconoscimento. E' dire: ho visto quello che hai fatto, ho visto che ci sei, ho visto che quel gesto ha avuto un valore.
La gratitudine puo' diventare anche una forma di autostima piu' gentile. Non solo ringraziare gli altri, ma riconoscere anche i nostri passi. "Oggi ho retto una situazione difficile". "Oggi non ho mollato". "Oggi ho chiesto aiuto". Non per esaltarci, ma per non cancellare il nostro impegno.
Allora il punto di oggi e' semplice: proviamo a togliere la gratitudine dal mondo delle frasi perfette e riportiamola nella vita reale. Una pratica piccola, concreta, quotidiana. Non per dire che va tutto bene, ma per ricordarci che non va tutto male.
Loris Bonomi
Riflessione psicologica finale
La gratitudine e' un tema centrale della psicologia positiva. Non viene studiata come semplice buona educazione, ma come atteggiamento psicologico capace di orientare l'attenzione verso risorse, relazioni e significati presenti nella propria esperienza.
Emmons e McCullough, in uno studio del 2003, hanno analizzato l'effetto del "contare le benedizioni", cioe' annotare regolarmente elementi per cui ci si sente grati. I risultati indicano un'associazione con maggiore benessere soggettivo e una percezione piu' positiva della propria vita.
La gratitudine, pero', non deve diventare negazione delle emozioni difficili. Dal punto di vista clinico e divulgativo e' importante distinguere la gratitudine autentica dalla positivita' forzata. La prima riconosce la realta' nella sua complessita'; la seconda rischia di coprire il disagio. Una pratica sana di gratitudine non dice "non soffrire", ma "guarda anche cio' che ti sostiene".
Cammina con me: www.camminandoconuncoach.it
