Adele De Prisco a Dottor Coach: quando il lavoro ha bisogno di ascolto
Ci sono ospiti che portano subito una domanda interessante. Adele De Prisco, che sara' con noi a Dottor Coach, mi porta a chiedermi una cosa molto semplice: quante volte, nel mondo del lavoro, pensiamo solo agli obiettivi e dimentichiamo le persone?
Perche' il lavoro non e' fatto soltanto di riunioni, scadenze, ruoli, compiti e risultati. Il lavoro e' fatto anche di emozioni, tensioni, stanchezza, incomprensioni, entusiasmo, bisogno di sentirsi utili e desiderio di essere riconosciuti. A volte una persona non rende meno perche' non sa fare il suo lavoro. A volte rende meno perche' non si sente ascoltata, perche' vive un clima pesante, perche' non riesce piu' a dire quello che sente senza paura di essere giudicata.
Adele De Prisco lavora proprio in questo mondo: formazione degli adulti, counseling organizzativo e Biodanza. Tre parole che possono sembrare tecniche, ma che in realta' parlano di una cosa molto concreta: aiutare le persone a stare meglio nei contesti in cui vivono e lavorano. E questo, secondo me, e' un tema molto vicino anche a Dottor Coach, perche' il cambiamento non passa sempre da grandi rivoluzioni. A volte passa da una conversazione fatta meglio, da un ascolto piu' vero, da un modo diverso di stare in un gruppo.
Vorrei anche chiarire una cosa che spesso crea confusione. Il coaching e il counseling non sono la stessa cosa. Il coaching e' piu' legato agli obiettivi: dove sono, dove voglio andare, quali passi posso fare per arrivarci. Il counseling, invece, e' piu' vicino all'ascolto e all'avvicinamento emotivo. Aiuta la persona a comprendere meglio quello che sta vivendo, prima ancora di trasformarlo subito in un piano d'azione. Nel lavoro questa differenza e' importante. Perche' non sempre chi abbiamo davanti ha bisogno subito di una strategia. A volte ha bisogno prima di sentirsi accolto, capito, riconosciuto.
Mi viene in mente una situazione molto comune. Una persona entra in ufficio, fa il suo lavoro, risponde alle email, partecipa alle riunioni, ma dentro e' stanca. Magari non lo dice. Magari sorride. Magari continua a fare tutto, ma con meno energia. In quei casi, se arriviamo subito con "devi organizzarti meglio" o "devi darti un obiettivo", rischiamo di saltare un passaggio. Prima forse dovremmo chiederci: che cosa sta vivendo davvero questa persona? Che clima respira? Si sente libera di parlare? Si sente parte del gruppo?
Qui entra anche una frase che mi piace molto e che collegheremo al percorso di Adele: "Chi vuol muovere il mondo, prima muova se stesso". E' una frase semplice, ma non comoda. Perche' spesso vorremmo cambiare gli altri: il collega, il capo, il gruppo, l'organizzazione, la famiglia. Ma il primo movimento possibile, quasi sempre, parte da noi. Come comunico? Come ascolto? Come entro in una stanza? Che effetto hanno le mie parole sugli altri? Sono capace di accorgermi se qualcuno vicino a me sta facendo fatica?
Questo tema si collega bene anche ad alcuni argomenti che abbiamo gia' affrontato nel blog. Penso, ad esempio, a "Viaggio nell'Autoconsapevolezza", perche' prima di aiutare un gruppo dobbiamo imparare a guardarci dentro. Penso a "Trovare l'equilibrio tra gentilezza e assertivita'", perche' nel lavoro non basta essere gentili e non basta essere decisi: serve trovare un modo umano per dire anche le cose difficili. E penso anche a "Come coltivare relazioni positive", perche' ogni ambiente professionale e' fatto, prima di tutto, di relazioni.
E poi c'e' la Biodanza, che mi incuriosisce molto. Quando parliamo di comunicazione pensiamo subito alle parole. Ma il corpo comunica prima di noi. Comunica apertura, chiusura, tensione, fiducia, paura, disponibilita'. A volte diciamo "va tutto bene", ma il corpo racconta un'altra storia. La Biodanza, portata dentro questo dialogo, puo' ricordarci che non impariamo solo con la testa. Impariamo anche con il movimento, con la presenza, con l'incontro con gli altri.
La domanda che vorrei lasciare agli ascoltatori e' questa: nel mio lavoro, nel mio gruppo, nelle mie relazioni professionali, sto contribuendo a creare un clima che apre o un clima che chiude? Non sempre possiamo cambiare tutto. Non sempre abbiamo il potere di trasformare un'organizzazione intera. Pero' possiamo iniziare da un gesto piccolo: ascoltare meglio, fare una domanda in piu', giudicare un po' meno in fretta, riconoscere la fatica di qualcuno, dire una parola piu' rispettosa.
Forse il primo passo e' proprio questo: ricordarci che dietro ogni ruolo c'e' una persona. Dietro un collega, un responsabile, un collaboratore, un cliente, c'e' qualcuno che porta con se' una storia, un'emozione, una difficolta', una speranza. E quando il lavoro torna a vedere le persone, allora puo' diventare non solo un luogo di produzione, ma anche un luogo di crescita.
Riflessione psicologica finale
Dal punto di vista psicologico, il benessere nei contesti di lavoro e' fortemente legato alla qualita' delle relazioni, al senso di appartenenza, alla percezione di essere ascoltati e alla possibilita' di esprimere bisogni e difficolta' senza timore di essere svalutati. In questo ambito e' utile richiamare il concetto di sicurezza psicologica, studiato da Amy Edmondson. In un articolo pubblicato nel 1999 su Administrative Science Quarterly, Edmondson definisce la sicurezza psicologica come una credenza condivisa nel gruppo: la possibilita' di esporsi, fare domande, ammettere errori o portare dubbi senza paura di conseguenze negative sul piano interpersonale. Questo non significa creare ambienti senza responsabilita', ma contesti in cui le persone possano apprendere, collaborare e correggersi. Per il counseling organizzativo, questo tema e' centrale: sostenere emotivamente le persone nel lavoro significa anche favorire spazi di ascolto, consapevolezza e comunicazione che aiutino i gruppi a funzionare meglio e a generare benessere.
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