Giornata Mondiale degli Oceani: cosa ci insegna il mare sulle emozioni
L'8 giugno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani. Di solito, quando pensiamo a questa ricorrenza, ci vengono in mente il mare, la natura, la bellezza degli oceani, ma anche la necessita' di proteggerli. Tutto vero, tutto importante. Pero' oggi, a Dottor Coach, vorrei usare il mare anche come immagine della nostra vita interiore. Perche' dentro ognuno di noi esiste un mare. A volte e' calmo e luminoso, altre volte e' agitato, scuro, pieno di onde che arrivano senza chiedere permesso.
Le emozioni funzionano un po' cosi'. Arrivano come onde. Alcune sono leggere, quasi piacevoli, come l'entusiasmo di una buona notizia, la gratitudine per un gesto ricevuto, la serenita' di una camminata fatta nel momento giusto. Altre invece sono piu' forti: rabbia, paura, ansia, tristezza, delusione. Quando arrivano, spesso vorremmo fermarle subito. Vorremmo dire alla rabbia di tacere, alla paura di sparire, alla tristezza di non farsi vedere. Ma provare a fermare un'emozione a volte e' come mettersi in mare e cercare di bloccare un'onda con le mani. Ci stanchiamo, ci agitiamo e l'onda, comunque, arriva.
Forse il primo passo non e' combattere ogni onda, ma riconoscerla. Dare un nome a quello che sentiamo. Sto provando rabbia? Sto provando paura? Sono stanco? Sono deluso? Sono emozionato? Sembra una cosa semplice, ma non lo e' sempre. Tante volte diciamo solo "sto male", "sono nervoso", "non ce la faccio", e dentro quella frase c'e' un mare intero. Quando invece riusciamo a dare un nome all'emozione, e' come accendere un piccolo faro. Il mare puo' restare mosso, ma almeno iniziamo a vedere dove siamo.
Mi piace pensare al respiro come a un'ancora. Non ferma il mare, ma ci aiuta a restare a galla. Basta poco: fermarsi un momento, inspirare, espirare, sentire i piedi appoggiati, rilassare le spalle, lasciare che il corpo capisca che non siamo in pericolo solo perche' stiamo provando qualcosa. Questo e' un passaggio importante, perche' noi non siamo la nostra emozione. Possiamo provare rabbia senza diventare rabbia, possiamo provare paura senza essere solo paura, possiamo attraversare tristezza senza pensare che durera' per sempre.
Il mare insegna anche pazienza. Le onde hanno un ritmo, la marea sale e scende, il vento cambia. Noi invece vorremmo sistemare tutto subito: capire subito, stare bene subito, decidere subito, superare subito. Ma la vita interiore non funziona sempre con i tempi dell'orologio. A volte ha bisogno di passo, di respiro, di silenzio, di una camminata, di uno spazio in cui smettere di rincorrere tutto. Anche Camminando con un Coach nasce da questa intuizione: quando il corpo cammina, spesso anche i pensieri trovano un movimento diverso.
La Giornata Mondiale degli Oceani ci ricorda che il mare va protetto. E forse possiamo portarci questa domanda anche dentro di noi: che cosa sta inquinando il mio mare interiore? Troppe notifiche, troppe parole dure, troppe relazioni che mi svuotano, troppi pensieri ripetuti, troppo poco riposo? Proteggere il proprio benessere psicologico non significa diventare egoisti. Significa imparare a scegliere cosa lasciar entrare, cosa ridurre, cosa osservare con maggiore distanza.
Allora oggi possiamo fare un esercizio molto semplice. Chiediamoci: qual e' l'onda emotiva piu' presente in me in questo momento? Che cosa mi sta dicendo? E qual e' un piccolo passo concreto che posso fare? Non serve scrivere un romanzo, non serve trovare subito la soluzione perfetta. Bastano tre righe sincere. Perche' quando ascoltiamo un'emozione, spesso smette di urlare e inizia a parlare.
Forse il mare ci insegna proprio questo: non tutto si controlla. Alcune cose si attraversano. E noi, nella nostra vita, non dobbiamo diventare capitani perfetti, sempre sicuri, sempre sorridenti, sempre pronti. Possiamo imparare, un po' alla volta, a navigare meglio quello che sentiamo.
Riflessione psicologica finale
Dal punto di vista psicologico, un passaggio importante nella gestione delle emozioni e' il riconoscimento consapevole di cio' che si prova.
In letteratura questo processo viene spesso collegato all'"affect labeling", cioe' alla capacita' di dare un nome all'emozione.
Uno studio di Matthew D. Lieberman e colleghi, pubblicato nel 2007 su Psychological Science con il titolo "Putting feelings into words: affect labeling disrupts amygdala activity in response to affective stimuli", ha mostrato che nominare le emozioni puo' essere associato a una riduzione dell'attivazione dell'amigdala, area coinvolta nelle risposte emotive, e a un maggiore coinvolgimento di aree prefrontali legate alla regolazione.
In termini semplici, dire "sto provando rabbia", "sto provando paura" o "sto provando tristezza" non risolve automaticamente il problema, ma puo' aiutare la mente a organizzare l'esperienza emotiva e a ridurne l'intensita'.
Per questo dare un nome all'onda emotiva e' un primo gesto di regolazione: permette di passare dalla reazione immediata a una risposta piu' consapevole.
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