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 Piccolo manuale di autodifesa verbale: imparare a rispondere senza perdere equilibrio

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto. A volte li compriamo per curiosita', altre volte li regaliamo perche' sentiamo che dentro quelle pagine c'e' qualcosa che puo' diventare una conversazione importante. Il libro di cui parleremo nel prossimo appuntamento del Bicchiere Sempre Mezzo Pieno con Luciana e' proprio uno di questi: "Piccolo manuale di autodifesa verbale" di Barbara Berckhan.

Lo avevo regalato a Luciana in un contesto per me significativo, dopo un incontro importante a Milano legato anche alla figura di Giorgio Nardone e alla psicologia strategica. E gia' questo crea un filo interessante: da una parte un piccolo libro pratico, concreto, quasi da tenere in tasca; dall'altra il tema piu' ampio di come possiamo rispondere alle provocazioni senza cadere nelle solite trappole comunicative.

La foto del libro nel borsone, vicino al karategi, racconta molto bene lo spirito della puntata. L'autodifesa verbale assomiglia davvero a un'arte marziale. Non serve per attaccare l'altro. Non serve per vincere a tutti i costi. Serve per non perdere il proprio centro quando qualcuno ci colpisce con una frase, una critica, una battuta pungente o una provocazione.

Quante volte ci capita di vivere una discussione e poi, magari dopo due ore, pensare: "Ecco, dovevo rispondere cosi'". Sul momento restiamo spiazzati, ci arrabbiamo, ci chiudiamo o diciamo una frase di troppo. Poi la conversazione finisce, ma dentro continua. Continuiamo a ripassarla nella mente, come se potessimo riavvolgere il nastro e rientrare nella scena con la risposta perfetta.

Ecco, forse l'autodifesa verbale non consiste nell'avere sempre la risposta perfetta. Forse consiste nel non farsi portare dove l'altro vuole portarci. Perche' certe provocazioni funzionano proprio cosi': cercano una reazione. Se reagiamo subito, di pancia, entriamo nel gioco. Se invece ci fermiamo, anche solo un secondo, qualcosa cambia. Non siamo piu' trascinati. Possiamo scegliere.

Mi piace molto collegare questo tema a un'immagine della psicologia strategica: "uccidere il serpente con il suo stesso veleno". Detta in modo semplice, significa usare la logica dell'attacco per disinnescare l'attacco stesso. Se qualcuno mi dice: "Sei troppo sensibile", io posso difendermi, irritarmi, spiegare, giustificarmi. Oppure posso rispondere in modo inatteso: "Si', sono sensibile, e a volte questo mi aiuta a cogliere cose che altri non vedono". In quel momento non sto subendo. Sto togliendo forza alla provocazione.

Naturalmente non e' facile. Se fosse facile, non avremmo bisogno di libri, riflessioni, allenamento. Le parole ci toccano perche' spesso vanno a colpire punti sensibili: il bisogno di essere rispettati, la paura di essere giudicati, il desiderio di sentirci adeguati. Una critica puo' sembrare piccola da fuori, ma dentro puo' aprire un mondo. Per questo non basta dire "non ci pensare". Serve imparare a stare in quel momento senza farsi travolgere.

Con Luciana mi piacera' partire proprio da qui: quali frasi ci fanno perdere equilibrio? Quali provocazioni ci portano subito a rispondere male? E quali strumenti pratici il libro ci suggerisce per rimanere presenti? Perche' il bello di questa rubrica e' proprio il dialogo tra chi legge il libro come lettrice curiosa e chi prova a collegarlo alla psicologia, al coaching e alla vita quotidiana.

Una delle idee piu' utili e' che il silenzio non e' sempre debolezza. A volte il silenzio e' una risposta. Non il silenzio offeso, non il silenzio punitivo, non il silenzio di chi non sa cosa dire. Parlo del silenzio scelto, quello che dice: "Ho visto la provocazione, ma non le consegno il comando della mia reazione". In un mondo in cui sembra che tutti debbano rispondere subito, commentare subito, difendersi subito, imparare a fare una pausa diventa quasi rivoluzionario.

Questo tema si collega bene anche ad altri percorsi che abbiamo gia' affrontato nel blog. Penso a "Affrontare gli insulti con saggezza", perche' li' avevamo parlato proprio di calma e dignita'. Penso a "Trovare l'equilibrio tra gentilezza e assertivita'", perche' difendersi non significa diventare aggressivi. E penso anche a "Come non farsi ingannare dalle bugie relazionali", perche' nelle relazioni le parole possono chiarire, ma possono anche confondere.

La domanda che vorrei lasciare ai lettori e agli ascoltatori e' semplice: davanti a una provocazione, voglio davvero rispondere o sto solo reagendo? C'e' una bella differenza. Rispondere significa scegliere. Reagire significa essere trascinati. E forse il primo passo di autodifesa verbale e' proprio questo: accorgersi del momento in cui la nostra bocca sta per parlare prima della nostra consapevolezza.

Allora proviamo un piccolo esercizio. La prossima volta che qualcuno dice qualcosa che ci punge, prima di rispondere facciamo una pausa breve. Un respiro. Uno solo. Poi chiediamoci: "Questa frase merita davvero tutta la mia energia?". Non sempre riusciremo a farlo, certo. Ma ogni volta che ci riusciamo, anche per pochi secondi, stiamo allenando una nuova liberta'.

Forse la vera autodifesa verbale non e' mettere l'altro al suo posto. E' rimanere al proprio posto. Non perdere equilibrio, non perdere dignita', non perdere contatto con la persona che vogliamo essere. E in fondo questo e' molto vicino allo spirito di Dottor Coach: non fare trattati, ma trovare un primo passo concreto per stare un po' meglio nella vita reale.

Loris Bonomi

Riflessione psicologica finale

Dal punto di vista psicologico, la gestione delle provocazioni verbali riguarda la capacita' di regolare la risposta emotiva prima che diventi comportamento automatico. In letteratura questo tema puo' essere collegato alla regolazione emotiva e al ruolo della ristrutturazione cognitiva, cioe' la capacita' di modificare il modo in cui interpretiamo uno stimolo prima di reagire. Uno studio di Ochsner e colleghi, pubblicato nel 2002 su NeuroImage con il titolo "Rethinking feelings: an fMRI study of the cognitive regulation of emotion", ha mostrato che reinterpretare consapevolmente uno stimolo emotivo coinvolge aree prefrontali legate al controllo cognitivo e puo' ridurre l'attivazione di aree connesse alla risposta emotiva, come l'amigdala. Tradotto in termini pratici, quando davanti a una provocazione riusciamo a fermarci e a cambiare lettura della situazione, non stiamo semplicemente "facendo finta di niente": stiamo usando una competenza psicologica di regolazione. Questo permette di passare dalla reazione impulsiva a una risposta piu' scelta e piu' coerente con i nostri valori.

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