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Il silenzio vivace: come non raccogliere ogni provocazione

 

Ci sono parole che meritano una risposta e altre che cercano soltanto una reazione. Il problema e' che, quando ci sentiamo provocati, non sempre riusciamo a distinguere le due cose. Parte l'impulso, sentiamo il bisogno di difenderci, di chiarire, di dimostrare che l'altro ha torto. E in pochi secondi ci ritroviamo dentro una discussione che non volevamo nemmeno iniziare. 

Nella rubrica del lunedi' con Luciana concludiamo il percorso dedicato al *Piccolo manuale di autodifesa verbale* di Barbara Berckhan. Dopo aver parlato di risposte inattese, provocazioni e modi per non perdere equilibrio, arriviamo a un punto che sembra semplice ma non lo e': il silenzio vivace.

Il silenzio vivace non e' il silenzio di chi subisce. Non e' stare zitti per paura. Non e' nemmeno accumulare rabbia e poi esplodere piu' tardi. E' una scelta consapevole: decido che quella frase non merita tutta la mia energia. Mi fermo, osservo e lascio che la provocazione cada senza raccoglierla.

Immaginiamo una persona che lancia una palla. Se noi non la prendiamo, la palla cade. Molte provocazioni funzionano allo stesso modo. Hanno bisogno della nostra risposta per continuare. Se spieghiamo, ci giustifichiamo o contrattacchiamo, il gioco va avanti. Se restiamo presenti senza entrare nel copione, qualcosa cambia. 

Naturalmente non significa tacere sempre. Ci sono parole che richiedono un confine, situazioni che vanno chiarite e comportamenti che non devono essere accettati. L'autodifesa verbale non e' passivita'. Il punto e' scegliere: sto parlando per costruire chiarezza oppure sto reagendo perche' l'altro ha premuto il mio solito pulsante?

Luciana, come lettrice, ci ha aiutato a portare il libro nella quotidianita'. Perche' leggere una tecnica e' facile; usarla mentre siamo irritati e' un'altra cosa. Possiamo allora chiederci quali frasi ci fanno scattare piu' rapidamente e quale bisogno si accende: essere capiti, rispettati, riconosciuti, avere ragione.

Un esercizio semplice consiste nel preparare una frase di uscita: "Ci penso e ne riparliamo", "Non voglio continuare con questo tono", oppure semplicemente "Ho capito cosa pensi". Non sono formule magiche. Sono piccoli appoggi che ci impediscono di essere comandati dall'impulso.

Camminando con un Coach lavora proprio su questo spazio. Camminare ci permette di allontanarci per un momento dalla scena, respirare e rimettere ordine. Non sempre dobbiamo trovare subito la risposta perfetta. A volte il primo passo e' non rispondere nel modo abituale.

Concludendo questo piccolo libro, la lezione che porto con me e' chiara: difendersi verbalmente non significa colpire meglio. Significa restare piu' fedeli a se stessi mentre l'altro prova a spostarci. A volte serve una frase. A volte un sorriso. A volte il silenzio. La forza sta nel poter scegliere.


Loris Bonomi

 

Riflessione psicologica finale

 

La provocazione tende ad attivare una risposta emotiva rapida. In quel momento la persona puo' sentire di dover reagire per proteggere la propria immagine o il proprio valore. La pausa consapevole interrompe questo automatismo e permette alla valutazione razionale di rientrare nella situazione.

Nel modello di James Gross, la regolazione emotiva comprende i processi attraverso i quali influenziamo le emozioni che proviamo, il momento in cui emergono e il modo in cui le esprimiamo. Il silenzio vivace puo' essere letto come una strategia di regolazione quando non nega l'emozione, ma evita che essa produca una risposta dannosa. 

Non rispondere subito non significa essere deboli. Significa mantenere il controllo del proprio comportamento e decidere se quella relazione, in quel momento, puo' sostenere un confronto utile.

Fonte: Gross, J. J. (1998), *The Emerging Field of Emotion Regulation: An Integrative Review*.

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