Il profumo delle città
Oggi è stata una giornata particolare. Ho unito due tappe della Via Francigena e ho percorso oltre 52 chilometri per arrivare direttamente a Siena. Domani voglio concedermi il lusso di viverla con calma, senza guardare continuamente l’orologio o pensare ai chilometri che mi aspettano. È una scelta che nasce da una riflessione che mi accompagna ormai da qualche giorno: programmare è importante, ma lasciare spazio all’imprevisto lo è ancora di più. Arrivando a Siena mi sono accorto di una cosa che avevo già vissuto tanti anni fa sul Cammino di Santiago e che oggi è tornata prepotentemente a farsi sentire. Il profumo delle città. Può sembrare una sciocchezza, ma dopo giornate intere trascorse tra boschi, sentieri, campi e vigneti, il primo impatto quando entri in un centro abitato non è quello che vedono gli occhi, ma quello che sente il naso. La natura ha profumi meravigliosi. Il profumo della terra, dell’erba, dei boschi, dei fiori, delle vigne e dell’acqua che scorre vicino ai sentieri. Sono profumi autentici, delicati, che ti accompagnano senza mai imporsi. Poi entri in città e all’improvviso tutto cambia. Ti accorgi del profumo che indossano le persone, delle donne che passano e lasciano una scia nell’aria, dell’odore che esce dalle panetterie, dalle pizzerie, dai ristoranti e dai bar. Perfino i negozi sembrano avere un loro profumo. È come se, dopo giorni immerso nella natura, tutti gli odori diventassero improvvisamente più intensi. Insieme ai profumi cambiano anche le persone. Le osservi con occhi diversi. Noti gli abiti eleganti, i capelli curati, i sorrisi, le coppie che passeggiano mano nella mano, le donne che ammiccano, gli uomini che rallentano il passo davanti ai ristoranti osservando i menù. I bambini che piangono, i ragazzi che ridono e urlano, i cani che abbaiano, il rumore dei bicchieri e delle posate ai tavolini dei locali. La città è piena di vita. Eppure, dopo tanti giorni di cammino, succede una cosa strana. Quella vita che normalmente mi appartiene quasi mi respinge. Non perché sia sbagliata. Semplicemente perché mi sono abituato a un altro ritmo. Sul sentiero non c’è il traffico, non ci sono le vetrine, non ci sono persone ovunque. Ci sono il vento, il canto degli uccelli, il rumore dei miei passi e tanto spazio per pensare. Così, dopo aver fatto quelle quattro fotografie necessarie per dire: “Sono stato anche qui”, dentro di me nasce subito un desiderio: rimettere lo zaino sulle spalle e ripartire. Perché il cammino, piano piano, cambia anche il modo in cui percepisci il mondo. Ti accorgi che non hai bisogno di tutto quello che pensavi fosse indispensabile. Anzi, scopri che molte cose che prima cercavi continuamente improvvisamente perdono importanza. Il silenzio diventa un lusso. Il tempo diventa un regalo. La semplicità diventa una ricchezza. E questa è una sensazione difficile da spiegare a chi non l’ha mai vissuta. Bisogna camminarla.
Riflessione psicologica
La psicologia parla di adattamento sensoriale, un meccanismo che porta il nostro cervello ad abituarsi agli stimoli che riceve ogni giorno fino quasi a non notarli più. I rumori della città, gli odori, le persone, il traffico: tutto diventa normale. Il cammino interrompe questo automatismo. Dopo giorni immerso nella natura, i sensi si riattivano. Un profumo, una voce, il pane appena sfornato o una persona che ti passa accanto diventano esperienze che colpiscono con un’intensità che avevamo dimenticato. Ma c’è un altro aspetto ancora più interessante. Più il cammino ti abitua alla semplicità, più ti accorgi di quanto rumore ci sia nella nostra vita quotidiana. E non parlo solo del rumore dei clacson o delle persone. Parlo del rumore mentale, quello fatto di fretta, impegni, notifiche, pensieri continui e preoccupazioni. Forse è proprio questo il regalo più grande della Via Francigena. Non ti cambia il mondo intorno. Cambia il modo in cui lo osservi. E quando cambia il tuo sguardo, cambiano anche le cose che scegli di portare con te… e quelle che, finalmente, decidi di lasciare andare.