Nulla deve andare perduto
Oggi la Via Francigena mi ha regalato una delle riflessioni più profonde da quando sono partito. Arrivando a Sutri sono rimasto affascinato dall’anfiteatro scavato interamente nel tufo. Ho provato a immaginare le persone che, secoli fa, sedevano su quelle gradinate. Mi sono chiesto cosa provassero, cosa sperassero e quali emozioni avessero vissuto in quello stesso luogo che oggi stavo attraversando con il mio zaino sulle spalle.
Ma ciò che mi ha colpito più di tutto non è stato l’anfiteatro in sé.
È stato capire come quel tufo sia stato riutilizzato nel corso dei secoli.
Gli Etruschi hanno scavato la roccia.
I Romani l’hanno trasformata.
I cristiani hanno dato a quegli stessi luoghi un significato nuovo.
Nessuno ha cancellato ciò che era stato fatto prima.
Ognuno ha costruito qualcosa partendo dall’eredità ricevuta.
Ed è lì che mi sono fermato a riflettere.
Forse dovrebbe essere così anche per la nostra vita.
Le esperienze non sono tombe da chiudere e dimenticare.
Vanno trasformate.
Anche gli errori.
Anche le delusioni.
Anche le sofferenze.
Perché tutto ciò che viviamo può diventare materiale prezioso per costruire qualcosa di nuovo.
Entrando nella Basilica di Santa Maria Assunta ho trovato alcune immagini del Beato Carlo Acutis.
Mi sono fermato a guardarle.
La sua storia la conoscevo già, ma viverla nel contesto della Via Francigena ha assunto un significato diverso.
Carlo aveva solo quindici anni quando una leucemia fulminante lo portò via. Eppure, negli ultimi giorni della sua vita, continuava a ripetere che l’Eucaristia era “la sua autostrada verso il cielo” e offriva la propria sofferenza per il Papa e per la Chiesa.
Quelle parole mi hanno fatto riflettere.
Non tanto sulla sofferenza.
Quanto sul significato che possiamo darle.
Viviamo in un mondo che ci insegna a eliminare il dolore il più in fretta possibile.
A evitarlo.
A nasconderlo.
A dimenticarlo.
Carlo, invece, ci ricorda che anche ciò che fa male può essere trasformato in qualcosa di buono per qualcun altro.
Più mi avvicino a Roma e più mi rendo conto che la Via Francigena non è soltanto un itinerario da percorrere a piedi.
È un pellegrinaggio nato dalla ricerca di un significato.
Ognuno lo vive a modo proprio.
C’è chi cammina per fede.
Chi per sport.
Chi per ritrovare sé stesso.
Chi per lasciarsi qualcosa alle spalle.
Io sono partito con un motivo molto semplice.
Dire grazie.
Ringraziare Dio.
Ringraziare la vita.
Ringraziare gli amici.
Ringraziare tutte quelle persone che, negli ultimi anni, mi hanno aiutato a diventare l’uomo che sono oggi.
E oggi ho capito una cosa.
Forse il modo più autentico di ringraziare non è trattenere tutto ciò che ho imparato.
È trasformarlo in qualcosa che possa essere utile anche agli altri.
Perché forse il senso del cammino non è arrivare a Roma.
È fare in modo che ogni passo lasci qualcosa di buono a chi camminerà dopo di noi.
Riflessione psicologica
Lo psichiatra Viktor Frankl, fondatore della Logoterapia, sosteneva che l’essere umano non cerca prima di tutto il piacere o il successo, ma un significato. Questa intuizione è stata confermata anche da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Current Psychology, nella quale 891 partecipanti hanno mostrato che chi percepisce un forte senso di significato nella propria vita presenta livelli più elevati di benessere psicologico, maggiore soddisfazione personale e una migliore capacità di affrontare lo stress e le difficoltà. La differenza, quindi, non la fa la quantità di sofferenza che incontriamo lungo il cammino, ma il significato che scegliamo di darle. Oggi Sutri mi ha insegnato proprio questo: nulla deve andare perduto. Ogni esperienza, anche la più difficile, può essere trasformata in qualcosa di nuovo. E quando questo accade, il nostro cammino non cambia soltanto noi. Diventa un dono anche per chi verrà dopo di noi.