Perché siamo nati per camminare e poi scegliamo di fermarci?
Oggi riparto. La tappa mi porterà da Bolsena a Viterbo. Ieri, invece, mi sono regalato una giornata completamente diversa. Era il mio compleanno e ho deciso di festeggiarlo nel modo più semplice possibile: riposando sulle rive del lago di Bolsena. È stata una giornata che mi ha rigenerato nel corpo, ma soprattutto nel cuore. Voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno dedicato un pensiero. Ho ricevuto telefonate, messaggi e auguri che mi hanno riempito di energia. Non credo di aver avuto bisogno di motivazione per arrivare a Roma, quella non mi è mai mancata, ma il calore delle persone è un’altra cosa. Ti ricorda che, anche se stai camminando da solo, in realtà non sei mai davvero solo. Per questo ho voluto rispondere a ogni singolo messaggio. Mi sembrava il minimo. Se qualcuno dedica un minuto della propria giornata per farti sentire importante, è giusto restituire la stessa energia.
Questa mattina, però, è successa una cosa che non mi aspettavo. Pensavo che, dopo una giornata di riposo, mi sarebbe pesato rimettere lo zaino sulle spalle. È successo esattamente il contrario. Avevo quasi fretta di ripartire. Le gambe scalpitavano, ma soprattutto scalpitava la mente. Mi sono reso conto che, dopo tanti giorni consecutivi di cammino, il corpo si abitua a questo ritmo. A un certo punto non è più fatica. Diventa una necessità. Ed è proprio mentre camminavo che mi è arrivata una domanda. Perché l’essere umano sente questo bisogno di camminare?
Non parlo della Via Francigena. Parlo del cammino in generale. Fin dall’antichità l’uomo si è spostato continuamente. È partito dall’Africa, ha attraversato continenti, montagne, deserti e mari fino a popolare ogni angolo del pianeta. Gli storici ci spiegano che lo faceva per cercare cibo, territori migliori o condizioni di vita più favorevoli. Sicuramente è vero. Ma credo che non sia tutta la verità.
Più cammino e più mi convinco che esista qualcosa di ancora più profondo. Camminare è scritto dentro di noi. È un bisogno antico. Quasi un istinto. Me ne accorgo anche dalle persone che mi seguono. Tantissimi mi scrivono dicendomi: “Vorrei essere lì con te” oppure “Prima o poi quel cammino lo farò anch’io”. Non mi chiedono quale albergo ho scelto o quanti chilometri ho percorso. Vorrebbero semplicemente camminare.
Perché?
Forse perché il cammino risveglia qualcosa che abbiamo sempre avuto dentro. Camminando pensiamo meglio, respiriamo meglio, osserviamo meglio. Ma allora mi sono posto una seconda domanda. Se siamo nati per camminare, perché a un certo punto scegliamo di fermarci? Perché mettiamo radici? Perché smettiamo di esplorare?
La risposta più semplice è il comfort. Una casa, un lavoro, le comodità, la sicurezza. Tutto giusto. Ma non sarà che, qualche volta, ci fermiamo troppo presto?
Non parlo soltanto dei viaggi.
Parlo della vita.
Quando decidiamo di non investire più su noi stessi? Quando scegliamo di non imparare più nulla di nuovo? Quando smettiamo di coltivare una relazione? Quando rinunciamo a inseguire un sogno semplicemente perché ci sembra più comodo restare dove siamo?
Forse il vero contrario del camminare non è stare fermi.
È smettere di crescere.
Questa sera arriverò a Viterbo e avrò la gioia di ritrovare un amico con cui anni fa ho condiviso un percorso di crescita personale e coaching. E mi fa sorridere pensare che, ancora una volta, sarà proprio il cammino a regalarmi un incontro. Forse è questo che continua ad affascinarmi. Ogni passo sembra portarti verso un luogo. In realtà ti sta portando verso una versione nuova di te.
Riflessione psicologica
Uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences dal professor Marily Oppezzo della Stanford University e dallo psicologo Daniel Schwartz ha dimostrato che camminare aumenta significativamente la creatività rispetto allo stare seduti. Le persone coinvolte nella ricerca producevano un numero maggiore di idee originali semplicemente mettendosi in movimento. A questo si aggiungono numerosi studi neuroscientifici che dimostrano come il cammino favorisca il rilascio di endorfine, migliori il tono dell’umore, riduca i livelli di cortisolo e aumenti la capacità di riflessione e di problem solving. Forse, quindi, il cammino non è soltanto un modo per spostarsi da un luogo a un altro. È il modo in cui il nostro cervello si è evoluto per funzionare al meglio. E forse il problema della nostra società non è che camminiamo troppo poco con le gambe, ma che abbiamo smesso di camminare con la mente, con la curiosità e con il desiderio di continuare a crescere.