Perdersi per ritrovare la propria direzione
Oggi la Via Francigena mi ha portato da Viterbo a Capranica. Prima di raccontarvi la tappa voglio spendere due parole su Viterbo. Ieri sera ho avuto il tempo di visitarla con calma ed è stata una piacevolissima scoperta. È una di quelle città che meritano di essere vissute senza fretta. Passeggiando per il centro storico mi sono ripromesso che tornerò, magari per un intero fine settimana. Parlando con Fabiano, un mio collega coach che vive proprio in questa zona e che ho avuto il piacere di rivedere dopo tanti anni, ho scoperto che il 3 settembre si svolge la celebre Macchina di Santa Rosa, una tradizione secolare durante la quale una torre illuminata alta oltre trenta metri e dal peso di oltre cinque tonnellate viene trasportata a spalla da cento facchini attraverso le vie della città. Deve essere uno spettacolo incredibile e credo proprio che prima o poi tornerò per viverlo. Questa mattina, invece, ho rimesso lo zaino sulle spalle e sono ripartito. I primi chilometri scorrono fuori dalle mura di Viterbo, poi il paesaggio cambia completamente. Dopo pranzo mi sono ritrovato immerso nel bosco. Ormai è una costante di questa Via Francigena: boschi, sentieri e silenzi che sembrano non finire mai. E, come ormai sta diventando un’altra costante, mi sono perso. Succede spesso. Mi lascio catturare da un panorama, da un sentiero laterale, da un punto di osservazione e finisco per perdere i segni della Via Francigena. Anche oggi è andata così. Ho dovuto tirare fuori la cartina, quella di carta, guardare dove mi trovavo e capire quale direzione prendere. Avrei potuto tornare subito sul percorso ufficiale. Invece no. Ho deciso di continuare ancora un po’ nel bosco perché sapevo che poco più avanti ci sarebbe stato un punto panoramico da cui osservare il lago. Quella scelta, però, ha avuto una conseguenza. Mi sono completamente staccato dal piccolo gruppo di pellegrini con cui avevo condiviso la serata di ieri in ostello. E sapete una cosa? Mi è andata bene. Perché proprio mentre camminavo da solo ho capito qualcosa di importante. Ognuno percorre la Via Francigena per un motivo diverso. La destinazione è la stessa, Roma, ma il viaggio interiore è completamente diverso. C’è chi cammina per fede, chi per superare un dolore, chi per ritrovare sé stesso e chi semplicemente perché ama camminare. Il problema nasce quando iniziamo a confondere il nostro viaggio con quello degli altri. Questa mattina mi sono accorto che il mio umore stava cambiando. Io sono partito con un obiettivo molto preciso: ringraziare. Ringraziare Dio, la vita, l’universo, gli amici e tutte le persone che in questi anni hanno reso possibile il mio cambiamento. Questo è il motivo per cui sono qui. È la mia bussola. Parlando con gli altri pellegrini, però, mi sono accorto che stavo lentamente entrando nei loro problemi, nelle loro paure e nelle loro motivazioni. È normale. Fa parte del mio lavoro. Sono uno psicologo e l’empatia è uno degli strumenti più importanti che possiedo. Ma proprio per questo devo stare attento. Perché esiste una linea sottile tra comprendere una persona e caricarsi il suo zaino. Sul cammino succede una cosa bellissima. Quando condividi una o due tappe con qualcuno inevitabilmente vi lasciate qualcosa. Un pensiero, un consiglio, una risata, una riflessione. È uno scambio prezioso. Ma bisogna fare attenzione. Perché se continui a portare sulle spalle i pesi degli altri rischi di dimenticare perché sei partito. E questa riflessione vale anche nella vita. Quante volte iniziamo un progetto con entusiasmo e poi ci facciamo condizionare dalle paure di chi ci circonda? Quante volte cambiamo strada perché qualcuno ci racconta la sua esperienza? Quante volte smettiamo di ascoltare la nostra bussola per seguire quella di qualcun altro? Forse crescere significa proprio questo. Ascoltare gli altri, imparare dagli altri, accogliere ciò che hanno da donarci, ma senza perdere mai il contatto con la nostra direzione. Alla fine, forse, devo persino ringraziare la mia solita distrazione che mi ha fatto perdere il sentiero. Perché perdendo la Via Francigena per qualche chilometro… ho ritrovato la mia.
Riflessione psicologica
Uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology dagli psicologi C. Daniel Batson e collaboratori ha mostrato che l’empatia è una delle qualità più preziose nelle relazioni umane, ma può diventare un’arma a doppio taglio quando ci porta a confondere i bisogni degli altri con i nostri. Comprendere una persona non significa vivere la sua vita al posto suo. Al contrario, una sana empatia permette di restare vicini senza perdere la propria identità e i propri obiettivi. È una distinzione fondamentale, soprattutto per chi, come me, svolge una professione d’aiuto. Il cammino oggi mi ha ricordato proprio questo: possiamo condividere un tratto di strada, sostenerci, ascoltarci e crescere insieme, ma ognuno deve continuare a seguire la propria bussola. Perché il rischio più grande non è perdere il sentiero nel bosco. È perdere la direzione della propria vita seguendo quella di qualcun altro.