Quando il traguardo si sposta
Ieri è stata la terza tappa della mia Via Francigena. Una tappa che pensavo mi avrebbe portato fino a Berceto e che invece mi ha insegnato una lezione ancora prima di arrivare. Dopo oltre 30 chilometri e una salita che sembrava non finire mai, ho visto finalmente il paese. Dentro di me ero già arrivato. Il cuore aveva già festeggiato, la mente era già sotto la doccia e lo zaino sembrava quasi più leggero. Poi ho controllato meglio la prenotazione e ho scoperto che il mio ostello non era in paese, ma quattro chilometri più avanti, ancora in salita. Vi assicuro che quei quattro chilometri non sono stati i più difficili per le gambe, ma per la testa. Quando crediamo di aver raggiunto un obiettivo e scopriamo che manca ancora un pezzo di strada, la delusione pesa più della fatica. Per qualche minuto mi sono davvero demoralizzato, ma ormai c’era una sola cosa da fare: continuare a camminare. Alla fine sono arrivato e, appena ho messo piede dentro l’ostello, si è scatenato un temporale violentissimo con pioggia e grandine. In quel momento ho sorriso pensando che, forse, quei quattro chilometri in più mi avevano fatto arrivare proprio nel momento giusto. A volte quello che sul momento sembra un problema, visto qualche ora dopo, assume tutto un altro significato.
Durante la salita, però, è successo qualcosa che porterò con me per molto tempo. Un cane ha iniziato a seguirmi. All’inizio mi osservava da lontano, poi si è avvicinato e ha deciso di camminare accanto a me proprio nel tratto più impegnativo. Ho pensato che avesse fame e gli ho offerto quello che avevo nello zaino: qualche biscotto, un pezzetto di mela e persino un po’ d’acqua. Non ha voluto nulla. Ha accettato soltanto qualche carezza e ha continuato a camminare con me. Quella scena mi ha riportato immediatamente al Cammino di Santiago, dove un cane mi aveva accompagnato addirittura per tre tappe. Dormiva fuori dagli ostelli aspettandomi, rispondeva ai miei richiami e, lo ammetto, avevo quasi pensato di portarlo a casa. Poi un giorno sparì. Il gestore dell’ostello mi sorrise e mi disse che quella storia l’aveva già sentita raccontare da tanti pellegrini. Quel cane faceva semplicemente quello che gli riusciva meglio: accompagnare chi passava di lì. Questa volta è stato diverso. Non mi è mai passato per la testa di portare con me quel cane. Ho capito che il regalo più grande che mi stava facendo era la sua libertà e la sua presenza. Mi stava dedicando un pezzo della sua strada, senza chiedere nulla in cambio.
Riflessione psicologica
Nel mio lavoro di psicologo ho imparato che spesso crediamo di dover aiutare le persone trovando le parole giuste, il consiglio perfetto o la soluzione ai loro problemi. E invece, nella maggior parte dei casi, ciò di cui una persona ha davvero bisogno è sentirsi meno sola. La psicologia ci insegna che il sostegno sociale percepito è uno dei principali fattori di protezione nei momenti di stress e di difficoltà. Non è tanto quello che diciamo a fare la differenza, quanto il fatto di esserci. Quel cane non mi ha parlato, non mi ha indicato la strada e non ha alleggerito il mio zaino. Ha semplicemente camminato accanto a me nel momento più difficile. Forse è proprio questo il significato più bello dell’essere vicini a qualcuno: non risolvere il suo cammino, ma scegliere di percorrerne un tratto insieme. Domani mi aspetta il Passo della Cisa e con lui saluterò anche l’Emilia-Romagna. Un’altra salita, un’altra storia e, ne sono certo, un’altra lezione da portare nello zaino.
Loris Bonomi