Quando smetti di correre, inizi davvero a vedere
Oggi non ho camminato. O meglio, ho camminato molto poco. Sono fermo a Bolsena. Era il regalo che volevo farmi per il mio compleanno: una giornata di riposo. Ricaricare le energie, lavare i vestiti, sistemare lo zaino e, soprattutto, lasciare riposare la testa. Ieri sera, però, appena arrivato, prima ancora di raggiungere il convento dove dormivo, ho fatto una cosa che non programmavo da anni. Mi sono buttato nel lago completamente vestito. Non c’era una logica, non c’era un motivo. C’era solo una sensazione. Avevo caldo, avevo davanti un lago bellissimo e il mio corpo mi ha detto: “Vai”. E io sono andato. Mentre ero in acqua mi è tornata in mente un’immagine che non ricordavo più. Da bambino mi capitava spesso di buttarmi in piscina o nel lago senza pensarci troppo. Era il segnale che l’estate era davvero iniziata. Lo facevo con una naturalezza incredibile, senza preoccuparmi dei vestiti bagnati, di come sarei tornato a casa o di quello che avrebbero pensato gli altri. Poi si cresce. E tante cose che da bambini erano spontanee diventano improvvisamente normali. Ed è proprio la normalità il problema. Quando abbiamo sempre qualcosa a disposizione smettiamo di accorgerci della fortuna che abbiamo. Un bagno nel lago, un tramonto, un momento di silenzio, una passeggiata… diventano scontati. Oggi, durante questa giornata di riposo, mi sono seduto sulla spiaggia del lago di Bolsena e ho iniziato semplicemente a osservare. Forse perché per tanti giorni ho visto quasi soltanto sentieri, alberi e qualche pellegrino. Forse perché il cammino mi ha cambiato il modo di guardare. Ma oggi mi sembrava di vedere il mondo per la prima volta. Mi è venuto in mente Tarzan. Quel bambino cresciuto nella giungla che improvvisamente si ritrova catapultato nella civiltà. Ecco, oggi mi sono sentito un po’ così. Guardavo le persone e avevo la sensazione di essere io quello diverso. Ho visto tavoli interi dove ognuno guardava il proprio smartphone. Persone sedute una accanto all’altra senza parlarsi. Famiglie insieme ma ognuna chiusa nel proprio schermo. E quando qualcuno parlava gli argomenti erano quasi sempre gli stessi: calcio, moda, politica. Nulla di sbagliato. Siamo in vacanza ed è normale parlare anche di leggerezza. Ma mi sono reso conto di quanto tempo dedichiamo all’aspetto esteriore e di quanto poco ne dedichiamo a quello interiore. Ci preoccupiamo di come appariamo molto più di come stiamo. E allora mi è venuta una riflessione che probabilmente farà discutere. Perché tante persone hanno paura dell’intelligenza artificiale? Perché temono che un giorno possa sostituirci? Osservando quello che mi circondava ho avuto una sensazione quasi paradossale. Forse siamo noi che, inconsapevolmente, stiamo chiedendo di essere sostituiti. Vogliamo qualcuno che pensi al posto nostro, che ricordi al posto nostro, che organizzi al posto nostro, che scelga al posto nostro. Stiamo delegando sempre più spesso il pensiero e, nel frattempo, stiamo insegnando alle macchine a fare una cosa che dovrebbe essere soltanto nostra: comprendere le emozioni, ascoltare, empatizzare, parlare il linguaggio umano. Il rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi troppo umana. Il rischio è che noi smettiamo di esserlo. Forse stiamo dedicando così tante energie a costruire macchine sempre più intelligenti che ci stiamo dimenticando di allenare la nostra parte più preziosa: l’umanità. Perché una macchina potrà anche imparare a riconoscere un’emozione, ma nessun algoritmo potrà mai sostituire un abbraccio dato al momento giusto, uno sguardo sincero, una risata condivisa o il silenzio di due persone che si capiscono senza parlare. Più cammino nella natura, più mi accorgo di quanto valore abbiano le cose semplici. Più mi allontano dal rumore, più sento il bisogno delle persone vere. E più guardo il mondo, più mi convinco che il futuro non dipenderà dall’intelligenza artificiale. Dipenderà dalla nostra capacità di restare profondamente umani.
Riflessione psicologica
Uno studio pubblicato da Harvard University, noto come Harvard Study of Adult Development, dimostra che il principale fattore di benessere e di soddisfazione nella vita non è il successo economico né il progresso tecnologico, ma la qualità delle relazioni umane. Allo stesso tempo, numerose ricerche sul fenomeno del cognitive offloading mostrano che tendiamo a delegare sempre più spesso alle tecnologie funzioni come la memoria, l’orientamento e perfino parte del processo decisionale. La tecnologia è uno strumento straordinario e l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità enorme, ma proprio per questo dovremmo chiederci come utilizzarla. Se la usiamo per liberare tempo da dedicare alle persone, alla riflessione e alla crescita, diventa un alleato prezioso. Se invece la utilizziamo per sostituire il pensiero, il dialogo e la capacità di comprendere gli altri, rischiamo di impoverire proprio ciò che ci rende unici. Forse il vero progresso non sarà costruire macchine sempre più simili agli esseri umani. Sarà continuare ad allenare ogni giorno la nostra umanità, perché nessuna tecnologia potrà mai sostituire la profondità di uno sguardo, il calore di una presenza o la capacità di amare davvero.