Passa ai contenuti principali

 Via Francigena: il cammino della gratitudine

La prima tappa della Via Francigena mi ha portato fino a Noceto. Qui ho avuto la fortuna di conoscere una signora che mi ha accolto con grande gentilezza e mi ha consegnato le chiavi della struttura dove avrei dormito. Mentre parlavamo mi ha raccontato che quell’edificio a Costamezzana, un tempo, era la scuola elementare del paese. Oggi è chiusa perché non ci sono più bambini. Nemmeno unendo quelli dei paesi vicini si riesce a tenere aperte le classi. Quando una scuola chiude non scompare soltanto un luogo dove si studia, ma inizia lentamente a spegnersi un’intera comunità. I servizi diminuiscono, i negozi abbassano le serrande e il paese, un pezzo alla volta, si svuota.

È una storia che purtroppo ho già sentito molte volte. Camminando attraverso l’Italia incontro spesso luoghi meravigliosi, ricchi di storia e di natura, ma completamente abbandonati. Mi colpisce sempre questo contrasto. Da una parte ci sono piccoli angoli di paradiso lasciati al loro destino, dall’altra città sempre più affollate dove si vive uno sopra l’altro, in appartamenti minuscoli o in affitto, pagando cifre che sembrano non avere più alcun senso. Forse abbiamo migliorato tante cose, ma mi domando se, lungo la strada, non abbiamo perso qualcosa di importante che riguarda la qualità della nostra vita.

Oggi mi aspettano trentatré chilometri fino a sivizzano. Sono partito alle prime luci dell’alba perché l’esperienza di ieri mi ha insegnato quanto sia faticoso camminare per ore sotto il sole. Ieri il viaggio in treno mi aveva costretto a iniziare tardi, oggi invece ho potuto scegliere il momento migliore. Camminare con il fresco del mattino è tutta un’altra esperienza. Il silenzio accompagna i passi e anche i pensieri sembrano trovare il loro ritmo.

Molti mi chiedono perché sto percorrendo la Via Francigena. Per alcuni è un cammino religioso, per altri un percorso storico. Per me è un cammino di gratitudine. Vent’anni fa ho percorso il Cammino di Santiago con la fede e la preghiera che appartenevano al ragazzo che ero allora. Oggi sento di vivere una spiritualità diversa, più matura, più consapevole. Questo viaggio verso Roma è il mio modo di dire grazie.

Grazie a Dio, all’universo, o a qualunque nome ciascuno voglia dare a ciò che ci accompagna nella vita. Grazie per gli anni difficili, per le sofferenze, per i cambiamenti e per il lavoro che mi hanno permesso di diventare la persona che sono oggi. Grazie alle persone che mi sono state vicine, a chi mi ha sostenuto nei momenti più complicati e ha saputo aspettare con pazienza che riuscissi a realizzare i miei sogni.

Grazie anche agli amici. Alcuni li ho persi lungo la strada, ma ho imparato che, proprio come la fede, anche l’amicizia cambia. Diventa meno numerosa, ma più autentica. Restano accanto a noi le persone che scelgono di esserci davvero.

Ringrazio tutte le persone incontrate sul mio cammino. Ognuna mi ha lasciato qualcosa: un consiglio, una critica, un incoraggiamento, una lezione. Piccoli mattoni che, uno dopo l’altro, hanno costruito le fondamenta della casa sulla quale oggi posso stare in piedi.

E infine penso anche a ciò che non sono riuscito a fare, alle occasioni perse e alle persone alle quali avrei voluto dedicare più tempo. Se qualcuno si aspettava qualcosa di diverso da me, gli chiedo perdono con il cuore. Anche questo fa parte del viaggio.

Questo cammino è molto più di una strada verso Roma. È un incontro tra il ragazzo che ero e l’uomo che sono diventato. E credo che il regalo più grande sia proprio questo: riuscire a guardarsi indietro senza rimpianto, ma con gratitudine. 

Riflessione psicologica

La gratitudine non è semplicemente dire “grazie”. È un modo di allenare la mente a riconoscere il valore di ciò che abbiamo vissuto, anche quando il percorso è stato difficile. Fermarsi a guardare indietro e dare un significato alle esperienze permette di costruire una narrazione della propria vita più equilibrata e resiliente.

La psicologia positiva ha dedicato numerosi studi a questo tema. Il professor Robert Emmons, tra i maggiori ricercatori sulla gratitudine, ha dimostrato che coltivare la gratitudine è associato a un maggiore benessere psicologico, a relazioni più soddisfacenti e a una migliore capacità di affrontare le difficoltà. In uno studio condotto con Michael McCullough (2003), le persone che si esercitavano a riconoscere gli aspetti positivi della propria vita riportavano livelli più elevati di ottimismo e soddisfazione rispetto a chi concentrava l’attenzione sui problemi quotidiani.

La gratitudine, quindi, non cambia il passato, ma cambia il modo in cui lo guardiamo. E quando cambia il significato che attribuiamo alla nostra storia, cambia anche il modo in cui affrontiamo il futuro. Forse è proprio questo il senso più profondo del camminare: non lasciare alle spalle ciò che siamo stati, ma imparare a portarlo con noi con maggiore serenità, trasformando ogni passo in un’occasione per riconoscere quanto la vita, nel bene e nel male, abbia contribuito a renderci le persone che siamo oggi.



Post popolari in questo blog

Una vetta raggiunta tra emozioni, gratitudine e nuove strade Il momento che ricordo con più chiarezza di quella giornata non è stato dentro l’aula dell’università. È arrivato dopo. Seduto a pranzo di fronte al lago di Como , con la mia famiglia accanto. Il sole rifletteva sull’acqua con quella luce morbida che solo il lago sa creare, le persone parlavano piano intorno a noi e nell’aria c’era quella calma che arriva dopo qualcosa di importante. Dentro di me sentivo una pace profonda . Una sensazione di gratitudine e soddisfazione che mi riempiva lentamente, come quando dopo una lunga camminata in montagna finalmente ti siedi su una panchina e guardi il panorama. Non hai più fretta. Respiri. E inizi a realizzare davvero dove sei arrivato. Poche ore prima avevo discusso la mia tesi di psicologia all’ Università di Como , dal titolo: “Il Coaching Strategico nei contesti organizzativi: approcci teorici e contributi di ricerca.” E mentre ero lì, con il lago davanti e le persone più importan...
    Se Ti Fa Male, Non È la Tua Scarpa: Storie di Relazioni che Stringono e Scelte che Liberano C’era vento quel giorno. Di quelli leggeri, che ti spettinano un po’ ma ti fanno anche respirare meglio. Il cielo era velato di nuvole leggere, e il sentiero davanti a noi sembrava una promessa di calma. Camminavo al fianco di Elisa, che avanzava con passo incerto. Portava scarpe bianche, pulite, ma si vedeva che ogni passo le dava fastidio. A un certo punto si è fermata, ha abbassato lo sguardo e ha detto: “Mi fanno male, ma sono troppo belle per non metterle”. Sembrava parlare delle scarpe, ma in realtà stava raccontando la sua storia con Marco. Una relazione cominciata come un sogno. All’inizio Marco la faceva ridere, le mandava messaggi dolci, la faceva sentire importante. Ma col tempo, quella dolcezza si era trasformata in giudizio. “Sei troppo emotiva.” “Così non cresci mai.” “Con me migliorerai.” Elisa aveva cominciato a sentirsi piccola, sbagliata, fuori misura. E pe...
  Camminando… e Scattando: quando la fotografia incontra la crescita personale Succede spesso, durante le passeggiate con Camminando con un Coach , che qualcuno si fermi, tiri fuori il cellulare o la macchina fotografica, e dica: “Aspetta… questo scorcio è meraviglioso!” E in quel momento scatta qualcosa, non solo nella macchina, ma anche dentro. Un battito, un'emozione, uno stupore che ci ricorda che la bellezza è tutta lì, davanti ai nostri occhi… e a volte ci vuole solo il tempo di un passo più lento per vederla. Spesso sono io a fare delle foto, per raccontare i territori dove camminiamo, le avventure che viviamo, o semplicemente per fermare quei momenti che sanno di respiro e connessione. Altre volte, sono le persone che camminano con me a regalarmi degli scatti. Piccole opere d’arte nate quasi per caso, durante una camminata in silenzio o dopo una risata condivisa. E capita anche che qualcuno arrivi con una reflex al collo, pronto a cogliere la luce tra gli alberi o...