Il cammino più difficile comincia quando torni a casa
Sono passate ormai tre settimane da quando sono tornato dalla Via Francigena e, se devo essere sincero, non ho ancora ritrovato completamente il mio ritmo. Ho ripreso a vedere i clienti, sono tornato alle mie attività quotidiane, gli impegni hanno ricominciato a riempire l'agenda e, all'apparenza, tutto sembra essere tornato come prima. Eppure dentro di me qualcosa continua a camminare.
Oggi ho dedicato diverse ore a un lavoro che aspettavo da tempo: inserire nel blog le fotografie che avevo scattato durante il cammino. Ogni immagine che copiavo dal telefono diventava molto più di una semplice fotografia. Era una porta che si riapriva. Bastava rileggere poche righe del diario scritto la sera, dopo una tappa, per ritrovarmi di nuovo su quel sentiero, con gli stessi profumi, gli stessi rumori e le stesse emozioni. Mentre sistemavo tutto, mi sono accorto di una cosa che durante il viaggio non avevo ancora compreso fino in fondo. Pensavo che il filo conduttore della Via Francigena sarebbe stato lo sforzo fisico. Credevo che avrei ricordato soprattutto i chilometri percorsi, le salite più dure, il caldo, la fatica, i traguardi raggiunti.
Invece no.
Se oggi chiudo gli occhi non rivedo una montagna. Non penso ai quarantadue chilometri di una tappa o ai passi accumulati sul mio orologio. Rivedo le persone. Rivedo Cristiano che mi ha alleggerito lo zaino senza farmelo pesare anche nell'orgoglio. Rivedo Alexander, arrivato dal Belgio con la sua storia, rivedo Cecilia che mi canta le sue canzoni in Francese, rivedo Francesco che cammina tutto storto per via delle scarpe che gli hanno rovinato tutti i piedi ma senza fermarlo o demotivarlo. Rivedo i volontari degli ostelli, le suore, i gestori delle foresterie, chi mi ha offerto un sorriso, un bicchiere d'acqua o semplicemente una parola al momento giusto.
È curioso.
Sono partito convinto che avrei fatto un cammino in solitudine e, per buona parte del percorso, è stato davvero così. Ho camminato per ore senza incontrare nessuno, ascoltando solo il rumore dei miei passi. Eppure il ricordo più forte che mi porto a casa non è la solitudine. Sono gli incontri. Forse è proprio questo il paradosso del cammino: parti per ritrovare te stesso e scopri che una parte di te nasce proprio attraverso gli altri. Non so se queste amicizie dureranno nel tempo. In questo momento ci sentiamo ancora spesso, ci scriviamo, condividiamo fotografie e ricordi. È tutto ancora molto vivo. In fondo stiamo attraversando la stessa fase. Ognuno di noi sta cercando di ritrovare il proprio posto nella vita di tutti i giorni dopo aver vissuto per settimane dentro una specie di bolla, una realtà parallela in cui contavano poche cose essenziali: camminare, mangiare, dormire e incontrare persone. So anche che, con il passare dei mesi, ognuno tornerà completamente alla propria vita, al proprio lavoro, ai propri affetti. È naturale che sia così. Ma credo che nessuno di noi tornerà ad essere esattamente la stessa persona. Ogni cammino lascia qualcosa. Non sempre cambia la nostra vita in modo evidente, ma modifica il modo in cui guardiamo le cose. Aggiunge una sfumatura al nostro carattere, una consapevolezza in più, una domanda nuova. E allora mi sono reso conto di una verità che forse vale per ogni grande esperienza. Il cammino non finisce quando arrivi. Comincia quando torni.
È adesso che devo capire come portare nella mia quotidianità ciò che ho imparato lungo quei sentieri. È adesso che devo evitare che tutto rimanga soltanto un bellissimo ricordo. E forse il segnale più evidente è che mi sono già sorpreso a prendere appunti. Sto guardando mappe, leggendo itinerari, immaginando nuove partenze. Con una differenza importante.
Questa volta non voglio partire da solo.
Approfondimento psicologico
La psicologia parla spesso di crescita post-esperienza: dopo un evento intenso, come un lungo cammino, non cambiano soltanto i ricordi, ma anche il modo in cui interpretiamo noi stessi e le relazioni con gli altri. Le esperienze condivise, soprattutto quando comportano fatica, collaborazione e vulnerabilità, creano legami profondi e favoriscono una nuova consapevolezza personale. Il vero lavoro, però, inizia al ritorno: integrare ciò che abbiamo scoperto durante il viaggio nella vita di tutti i giorni. È qui che il cambiamento diventa reale.
Bibliografia
- Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. – Posttraumatic Growth: Positive Changes in the Aftermath of Crisis.
- Yalom, I. D. – Il dono della terapia.
- Frankl, V. E. – Uno psicologo nei lager.
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