Le persone che ti fanno arrabbiare stanno davvero parlando di loro... o di te?
Durante la Via Francigena ho incontrato tantissime persone. Alcune sono rimaste con me solo il tempo di una pausa davanti a una fontanella, altre hanno condiviso qualche chilometro e altre ancora sono entrate nella mia vita lasciando un segno che porterò con me per sempre. È curioso come un cammino riesca a mettere insieme persone provenienti da Paesi diversi, con lingue, abitudini e modi di vivere completamente differenti, eppure tutti accomunati dallo stesso desiderio di arrivare a Roma.
Fra tutti gli incontri che ho fatto ce n'è uno che ricordo in modo particolare. Era un pellegrino inglese e ogni volta che iniziava a parlare facevo una fatica incredibile a capire quello che mi stava dicendo. Non era l'inglese il problema, era il suo accento. Talmente stretto che spesso riuscivo ad afferrare solo qualche parola e, quando gli chiedevo di ripetere la frase, invece di rallentare o cercare un modo diverso per farsi capire, lui sembrava infastidirsi ancora di più. Mi prendeva bonariamente in giro perché non capivo subito quello che diceva, mi guardava da capo a piedi con un sorriso ironico e poi riprendeva a camminare scuotendo la testa, quasi a voler dire che il problema fossi io.
Devo essere sincero, quella situazione mi infastidiva parecchio. Più passavano i giorni e più dentro di me avevo costruito un'immagine di quella persona. Pensavo fosse arrogante, poco paziente e perfino un po' presuntuosa. Mi sembrava che volesse dimostrare a tutti i costi di essere migliore degli altri e, ogni volta che lo incontravo, partivo già con una certa diffidenza.
Una sera, però, seduto fuori dall'ostello mentre ripensavo alla giornata, mi sono accorto che continuavo a pensare a lui. Non alle persone che mi avevano fatto sorridere, non ai panorami meravigliosi che avevo attraversato, ma proprio a quel pellegrino inglese. È stato in quel momento che mi sono fatto una domanda diversa. Perché il suo comportamento mi dava così fastidio? Perché sentivo quasi il bisogno di dimostrargli che non ero io quello sbagliato?
Cuori Spettinati di Matteo Sinatti, si fa quella stessa domanda nel capitolo dedicato al teatro interiore. Sinatti spiega che ogni relazione è come un palcoscenico sul quale non salgono soltanto le persone che incontriamo, ma anche le nostre emozioni, le nostre paure, le nostre esperienze e perfino le nostre fragilità. In pratica noi crediamo di osservare gli altri, ma molto spesso stiamo osservando una parte di noi stessi che, grazie a quell'incontro, decide di uscire allo scoperto.
Ripensando a quel pellegrino ho capito che probabilmente lui non stava mettendo alla prova il mio inglese. Stava mettendo alla prova una parte di me che faceva fatica ad accettare di non capire tutto, una parte che non sopportava sentirsi inadeguata e che viveva quello sguardo ironico come un giudizio personale. Forse lui era davvero impaziente oppure forse no, ma la cosa più interessante era un'altra: perché quella situazione riusciva a toccarmi così profondamente mentre altri pellegrini la vivevano con molta più leggerezza?
Da quel momento ho iniziato a osservare gli incontri in modo diverso. Ho capito che ci sono persone che ci fanno stare bene perché tirano fuori il meglio di noi, persone che ci fanno sentire al sicuro e persone che, invece, ci mettono a disagio perché illuminano aspetti del nostro carattere che preferiremmo non vedere. È molto più facile dire che l'altro è arrogante, antipatico o presuntuoso che fermarsi un attimo e domandarsi quale parte di noi stia reagendo in quel modo.
Da allora ho iniziato a fare un piccolo esercizio che ancora oggi mi accompagna. Ogni volta che una persona mi entusiasma, mi emoziona o mi infastidisce particolarmente, prima di esprimere un giudizio provo a chiedermi che cosa stia facendo emergere dentro di me. Non sempre trovo una risposta immediata, ma quasi sempre quella domanda mi insegna qualcosa che non avevo ancora capito di me stesso.
Forse è proprio questo il significato più profondo del teatro interiore. Le persone che incontriamo non entrano nella nostra vita soltanto per raccontarci chi sono. A volte arrivano per mostrarci chi siamo noi. E forse è anche per questo che alcuni incontri durano pochi minuti, ma continuano a farci riflettere per tutta la vita.
Questa sera parleremo proprio di questo nella rubrica "Il Bicchiere Sempre Mezzo Pieno", in onda alle 18:30
su Rete Radio Azzurra, continuando il viaggio tra le pagine di Cuori Spettinati di Matteo Sinatti. Perché, a volte, la domanda più importante non è "Chi ho davanti?", ma "Che cosa sta facendo nascere dentro di me questa persona?"
Approfondimento psicologico
Carl Gustav Jung sosteneva che molte delle caratteristiche che vediamo negli altri rappresentano una proiezione del nostro mondo interiore. La psicologia definisce questo meccanismo proiezione: tendiamo ad attribuire agli altri emozioni, qualità o difetti che, in realtà, appartengono anche a noi o che facciamo fatica a riconoscere. Questo non significa che il comportamento dell'altro sia sempre giusto o sbagliato, ma ci invita a osservare le nostre reazioni con maggiore curiosità. Ogni incontro, piacevole o difficile che sia, può diventare un'occasione preziosa per conoscerci meglio. Se impariamo a chiederci non solo "Chi è questa persona?", ma anche "Perché mi fa sentire così?", allora ogni relazione può trasformarsi in uno straordinario strumento di crescita personale.
Bibliografia
- Matteo Sinatti, Cuori Spettinati – Amori catartici e attrazioni fatali.
- Carl Gustav Jung, Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé.
- Carl Rogers, Un modo di essere.
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