Quando i social raccontano i nostri sentimenti... ma gli altri leggono un'altra storia
Quando sono partito per la Via Francigena avevo deciso di portare con me soltanto lo stretto necessario. Lo zaino era già abbastanza pesante e non avevo intenzione di aggiungere altro. Eppure, giorno dopo giorno, mi sono accorto che c'era qualcosa che cresceva continuamente. Non erano i chilometri, non era la stanchezza e nemmeno il peso dello zaino. Erano le emozioni. Ogni sera, dopo aver camminato sotto il sole per ore, con le gambe stanche e la testa ancora piena degli incontri fatti durante la giornata, prendevo il telefono e cercavo di raccontare quello che stavo vivendo. Non scrivevo per insegnare qualcosa a qualcuno. Scrivevo perché sentivo il bisogno di fermare quei pensieri prima che il sonno li portasse via. Molte persone mi hanno seguito con affetto. C'era chi aspettava il racconto della tappa, chi mi incoraggiava e chi mi scriveva che, leggendo quelle parole, aveva la sensazione di camminare insieme a me. Poi, come succede spesso sui social, sono arrivati anche messaggi completamente diversi.
Uno, in particolare, mi è rimasto dentro. Diceva semplicemente:
"Ma davvero pensi che gliene freghi a qualcuno dei tuoi sentimenti?"
Ricordo perfettamente il momento in cui l'ho letto. Mi ha lasciato senza parole. Non tanto perché qualcuno non fosse interessato a quello che scrivevo. È normale. Non possiamo piacere a tutti e non possiamo pretendere che tutti abbiano voglia di leggere i nostri pensieri. Quello che mi ha colpito è stato il modo. Ho sentito una grande tristezza, perché in quella frase non vedevo soltanto un giudizio verso di me. Vedevo una persona che, probabilmente, in quel momento non riusciva a dare valore alle emozioni degli altri. Con il passare dei giorni, però, ho iniziato a guardare quella situazione da un'altra prospettiva. Io stavo vivendo un'esperienza completamente diversa dalla loro. Camminavo per trenta chilometri sotto il sole, incontravo persone provenienti da tutto il mondo, dormivo in ostelli, affrontavo la fatica, la solitudine e la bellezza di un viaggio che mi stava cambiando profondamente. Era inevitabile che il mio modo di scrivere fosse influenzato da tutto questo. Dall'altra parte dello schermo, però, c'erano persone che stavano vivendo una giornata completamente diversa. Magari qualcuno era sdraiato sotto un ombrellone con la Settimana Enigmistica tra le mani e cercava soltanto un momento di leggerezza. Qualcun altro era chiuso in casa senza aria condizionata, stressato dal lavoro, convinto che io stessi semplicemente facendo una lunga vacanza. Altri ancora avevano problemi molto più grandi dei miei e, in quel momento, non avevano alcuna voglia di confrontarsi con le emozioni di uno sconosciuto che camminava verso Roma. Ed è stato lì che ho capito una cosa importante. Sui social non comunichiamo mai da soli. Ogni messaggio nasce due volte. La prima quando lo scriviamo. La seconda quando qualcuno lo legge. Fra questi due momenti esiste un mondo intero fatto di esperienze, emozioni, paure, aspettative e stati d'animo che non possiamo conoscere. Noi pensiamo di aver scritto un messaggio pieno di entusiasmo e qualcuno ci legge con gli occhi della rabbia. Noi raccontiamo una fatica e qualcuno interpreta vittimismo. Noi condividiamo una gioia e qualcun altro vede esibizionismo. La comunicazione, allora, non dipende soltanto da chi scrive. Dipende anche da chi legge.
Per questo motivo ho smesso di prendermela con chi non capiva quello che volevo dire. Ho iniziato a pensare che, probabilmente, in quel preciso momento stavamo semplicemente vivendo due vite molto lontane. Io ero immerso nella mia Via Francigena. Lui era immerso nella sua quotidianità. Nessuno dei due aveva torto. Semplicemente guardavamo lo stesso messaggio da due montagne diverse.
C'è un antico proverbio attribuito alla tradizione dei nativi americani che dice: "Prima di giudicare una persona, cammina per tre lune nei suoi mocassini." Mi è tornato in mente tante volte durante quel viaggio, perché ho capito che giudicare è incredibilmente facile quando conosciamo soltanto una fotografia della vita di qualcuno. Comprendere, invece, richiede tempo, ascolto e la disponibilità a percorrere almeno un tratto di strada insieme.
Da allora, ogni volta che pubblico qualcosa, provo a ricordarmi che dall'altra parte non ci sono follower, ma persone. E ogni volta che leggo un commento duro o fuori luogo, cerco di ricordarmi la stessa cosa. Anche dietro quelle parole c'è una storia che non conosco.
Forse la comunicazione più bella non è quella che convince tutti.
È quella che riesce a costruire un ponte fra due persone che, fino a un attimo prima, stavano camminando su sentieri completamente diversi.
Approfondimento psicologico
La psicologia della comunicazione ci insegna che ogni messaggio è il risultato di due processi: quello di chi lo invia e quello di chi lo interpreta. Le nostre esperienze, il nostro umore, lo stress e le aspettative influenzano il significato che attribuiamo alle parole degli altri. Per questo motivo la comunicazione online è particolarmente delicata: manca il tono della voce, manca lo sguardo, manca il contesto. Sospendere il giudizio e ricordare che dietro ogni messaggio c'è una persona con una storia diversa dalla nostra è uno dei modi più efficaci per sviluppare empatia e costruire relazioni più sane, dentro e fuori dai social.
Bibliografia
- Paul Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana.
- Daniel Goleman, Intelligenza emotiva.
- Carl Rogers, Un modo di essere.
